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PIO II, Enea Silvio Piccolomini, di Siena
(1458-1464)

Come abbiamo anticipato nella biografia di papa Callisto III, prima ancora che lui spirasse (il 6 agosto 1458) i cardinali che avrebbero dovuto riunirsi in conclave per dargli un successore, erano in apprensione, temendo le intromissioni di tutta quella fauna che era poi il nepotismo che il pontefice catalano aveva lasciato dietro di sè e che dominava nelle più alte cariche dello Stato pontificio.
Fecero tra di loro alcuni accordi che poi nel conclave presero corpo. Il più importante era quello della riforma della Curia, il conferimento di diocesi e abbazie, il rafforzamento di alcuni membri del Sacro Collegio, e la nomina di nuovi cardinali. A sfogare tutto il loro odio contro gli intriganti Catalani furono in prima fila gli Orsini. Non fu insomma un conclave tranquillo. Ma poi la scelta fu ponderata e si concentrò su un nome che ebbe i voti decisivi per la sua nomina perfino dal giovanissimo cardinale Rodrigo Borgia e da due cardinali Colonna; il 16 agosto eleggevano il successore di Callisto: il cardinale Enea Silvio Piccolomini, poi consacrato il 3 settembre col nome di papa PIO II. Ci furono due cardinali francesi che volevano opporsi in vista dei suoi trascorsi di giovane umanista, temevano infatti che avrebbe governato la Chiesa da pagano più che da cristiano
Piccolomini aveva solo 53 anni, ma era già sofferente ed invecchiato. Morirà sessantenne dopo appena sei anni di pontificato.
Il neo-papa era nativo (1405) di Corsignano, nel Senese, che poi in onore del suo grande concittadino si chiamò Pienza. Unico maschio dei diciotto figli del nobile decaduto Silvio Piccolomini proprietario di una piccola tenuta, aveva avuto dalla moglie Vittoria Forteguerri, di cui sopravvissero insieme a Enea solo due femmine.
Di ingegno precoce, durante gli studi di diritto prima a Siena poi a Firenze era un giovane spensierato come tanti della sua età, compresi gli amori. Divenne invece maturo e diligente quando incontrato il vescovo Capranica, questi lo assunse come suo segretario. E con queste funzioni con il prelato partecipò al famoso Concilio di Basilea. Era una bella occasione per mettersi in mostra e in effetti il giovane grazie all'abilità oratoria, e una buona dote di avvedutezza politica le dovute attenzioni le ebbe. Ma era ancora giovane, e scelse lo schieramento sbagliato, sposò la causa dei dissidenti, schierandosi contro la curia romana, gli stessi dissidenti che poi elessero l'antipapa Amedo di Savoia. Di papa Felice V ne diventò perfino il segretario e fu lui a scrivere un libello in sua difesa. Ma poi fu anche consapevole che stava difendendo un papa che molti già dicevano uscito non da un Concilio ma da un "conciliabolo".

I conciliabolisti poi si ravvederono, e quando Amedeo rimase sempre di più isolato e senza gregge, a Basilea riconobbero unico papa Eugenio V. Enea Piccolomini abbandonò il papa perdente, e per le sue alte qualità diplomatiche, passò al servizio dell'imperatore Federico III diventandone il segretario. Era il momento in cui papa Eugenio era amareggiato della neutralità dell'imperatore tedesco, ma anche questo non nascondeva di volersi a lui riavvicinare. Con intense trattative diplomatiche proprio il suo segretario Enea Piccolomini - scendendo a Roma a incontrare il pontefice - era riuscito a concludere un concordato con il papa, che fu firmato a Roma il 7 febbraio 1447, mentre era già a letto per la malattia che doveva condurlo al sepolcro. I buoni rapporti e ulteriori trattative proseguirono con papa Niccolò V, siglati poi con il concordato di Vienna.
Furono questi incontri che fecero mutare la vita dell'ex libertino. Già davanti a Eugenio aveva confessato i suoi errori teorici e pratici, ed era risoluto a cambiar vita: entrare nell'Ordine dei frati Minori.

Enea nella sua fulminante carriera diplomatica sempre all'interno della Chiesa, e senza essere un religioso, non aveva mai lasciato la sua intensa attività letteraria, che non era per nulla ascetica, ma erano semmai scritti mondani, molto simili agli scritti di un libertino nei quali si parlava di avventure galanti, di lettere d'amore e di amanti ( spregiudicata la sua "Historia de duobus amantibus"). Galante e libertino lo era stato anche lui con avventure piccanti; quando era andato in missione in Scozia, di donne ne mise incinte due.

Nulla di strano per un uomo di mondo come ormai lui era diventato, inoltre lui non era un prete, nè era uscito da un convento. Si era goduto sempre la vita. Non ebbe il minimo sospetto a quale alta carica ecclesiastica sarebbe pervenuto.
Ma quando Niccolò V per i suoi buoni servigi resi alla Chiesa volle dargli il vescovado della città di Siena, o perchè non seppe resistere di tornare nella sua città come vescovo, o perchè iniziò ad avere la vocazione a 45 anni, lui ripudiò ostentamente i suoi scritti profani.
Con Callisto III si impegnò moltissimo nella crociata contro i turchi, e il pontefice gliene fu così grato che un anno prima di morire gli concesse la porpora cardinalizia il 18 dicembre 1456.

Questo era il personaggio che era entrato dentro per la prima volta in un conclave per eleggere con il contributo del suo voto il nuovo pontefice; ed invece papa ne era uscito lui. Proprio per la sua fulminante carriera di diplomatico, era lui l'uomo più in vista. Dopo i primi contrasti gli elettori concentrarono i voti su di lui, e a votarlo furono anche i più irriducibili: il Rodrigo Borgia e i due Colonna. Fu una sorpresa per i votanti, ma lui fu ancora più sorpreso, quando i cardinali fatto il nome gli si inginocchiarono davanti, lui scoppiò a piangere.
Gli umanisti quando seppero chi era stato eletto, gioirono, da lui si aspettavano grandi cose, un altro Niccolò; invece furono delusi, il neo papa gli artisti li dimenticò, i letterati pure, e se questi gli ricordavano il suo passato diceva loro "Rigettate Enea ed accogliete Pio II". Si occupò più soltanto della Chiesa nutrito da una altissima fede apostolica. E si occupò anche di se stesso per la gloria dei posteri, o come disse qualcuno del proprio culto neopagano. Personalizzazione del potere quello di Pio II, che (con la continuazione del nepotismo non molto diverso da quello del Borgia) ben presto si delinea la figura del papa-re. Anche lui nominò due nipoti cardinali (uno di questi divenne poi papa Pio III), e anche lui sistemò nei posti nevralgici della Curia e dello Stato, parenti e compaesani. Tuttavia in mezzo ai fasti della sua Corte, lui seppe viverci con un tenore di vita semplice e parsimonioso; lavorando moltissimo, dalle prime luci dell'alba fino a tarda notte.
Pio II, che al pari del suo predecessore vagheggiava l' idea di una crociata, cercò di metter pace in Italia, riconobbe Ferdinando ed ottenne la restituzione di Benevento, già occupata da Alfonso, e di alcune terre pontificie di cui il Píccinino si era impadronito. Nel frattempo indiceva un congresso per metter d'accordo tutti i sovrano cristiani e spingerli alla guerra contro i Turchi. Su questa nuova avventura si era buttato a capofitto, null'altro lo distraeva. Alcuni storici dicono, che quella era per lui un'occasione per la affermare la sua sovranità di papa-re. Infatti, l'impresa non era solo di carattere religioso, ma era una nuova avventura politica dell'abile e geniale ex diplomatico Enea Piccolomini che questa volta giocava grosso. Certo, era investito anche dallo spirito missionario, non per nulla andava dicendo che dopo la Crociata avrebbe convertiti tutti i musulmani al cristianesimo, ma quando scrisse personalmente una dotta lettera a Maometto II promettendogli perfino l'incoronazione a Roma della corona imperiale d'Oriente, lo spirito (anche se era un sogno il suo) era tipicamente politico. Il disegno era grandioso. Creare un impero come quello di Costantino, ma all'inverso, con Roma il centro dell'universo, e Costantinopoli una succursale. Il Turco a questa lunga e dotta epistola nemmeno rispose.
Il Pontefice per riunire tutti i principi cristiani, aveva scelto come sede del congresso Udine, ma già qui ebbe i primi contrasti: i Veneziani, che non volevano compromettere le loro relazioni con il sultano, lo indussero a scegliere un'altra città e il Papa designò allora Mantova. 
Nel gennaio del 1459 Pio II, lasciato come suo vicario il cardinale Niccolò Cusano, partì da Roma con un seguito di dieci cardinali e sessanta vescovi. Per Terni, Spoleto ed Assisi si recò a Perugia dove fu ricevuto con gran pompa e si trattenne tre settimane. Qui venne a rendergli omaggio Federico di Urbino.
Da Perugia andò a Siena, dal cui governo ottenne che i fuorusciti fossero riammessi in città e alle cariche pubbliche; poi si recò a Firenze, dove fu accolto con grandissimi onori: Galeazzo Maria Sforza, i Manfredi, i Malatesta e gli Ordelaffi gli andarono incontro e vollero sorreggere la lettiga papale; il comune diede un gran torneo in piazza Santa Croce, un combattimento di fiere in piazza della Signoria e un gran ballo al Mercato Nuovo. 
Il 27 maggio il papa entrò a Mantova. La città era piena di stranieri, ma la maggior parte dei principi invitati al congresso mancavano. Il Pontefice dovette spedir quindi messi a sollecitare un po' tutti, ed aspettar per il resto della primavera e tutta l'estate l'arrivo dei congressisti.

Il 26 settembre nel Duomo ebbe luogo la prima seduta. Erano presenti Francesco Sforza, il marchese Ludovico Gonzaga, il marchese di Monferrato, Sigismondo Malatesta, gli ambasciatori del re d'Aragona, del re di Napoli, di Venezia, Firenze, Siena, Ferrara, Lucca, Bologna, i deputati del Pelopenneso, di Rodi, di Cipro, di Lesbo, dell'Epiro, dell' Illiria. 
Il Pontefice parlò, destando la commozione dell'uditorio; pronunciarono pure discorsi pieni di ammirazione, il Filelfo, Ippolita Sforza e i rappresentanti delle isole del Levante; tutti i convenuti si dichiararono pronti a sostenere con i più grandi sacrifici per ricacciare in Asia i Turchi. Ma nella sostanza era tutto un bluff; i contrastanti interessi dei vari stati fecero fallire la Dieta. Tutti promettevano ma in realtà nessuno si muoveva o aveva intenzione di muoversi.

Il pontefice non si diede per vinto, come aveva fatto il suo predecessore voleva mettersi lui alla testa della spedizione, e cercò in tutti i modi di eccitare gli animi, anche col fanatismo, rispolverando i gridi di guerra di Goffredo di Buglione della prima Crociata, allestendo processioni di reliquie, promuovendo tridui e novene di preghiere in ogni chiesa. Poi il 22 ottobre 1463 emise la bolla che promulgava la guerra santa, che - diceva - poteva comportare al crociato il sacrificio della propria vita, ma anche guadagnarsi gloria imperitura come martire in nome di Cristo.
Nella bolla minacciava di scomunica tutti coloro che osassero turbare la pace tra gli stati della cristianità e designando come luogo di raduno Ancona. Ma il suo appello non procurò molti aderenti. Il duca di Borgogna, che aveva promesso di partecipare alla crociata chiese un rinvio, la Francia e la Germania rimasero sorde e in Italia, oltre le truppe pontificie, solo Venezia (questa volta ripensandoci) mossa dai suoi interessi anziché dalla fede, aderì alla lucrosa spedizione.

Pio II non si scoraggiò e rimase fermo nel suo proposito di recarsi ad Ancona e di passare quindi a Ragusa da dove i crociati avrebbero dovuto muoversi d'accordo con Mattia Corvino re d'Ungheria e Giorgio Scanderberg. 
Sebbene fosse gravemente infermo, il 18 giugno del 1664 il Pontefice partì da Roma e un mese dopo giunse ad Ancona. Ma non vi trovò le navi e gli eserciti che sperava. Infatti non vi erano soldati di mestiere, e quelli che c'erano non volevano certo partecipare ad una impresa in cui non si concedevano paghe; vi erano, sì, alcune migliaia di crociati sprovvisti di armi e di denari ma la maggior parte dovette essere licenziata. Il resto nel corso del rimanente giugno e inizio di luglio si squagliò stanco di aspettare le galee veneziane, che comparvero soltanto il 12 agosto.
Era troppo tardi. Inoltre quelle navi erano anche insufficienti a una così grande impresa come l'aveva il pontefice concepita.
Tre giorni dopo - il 15 agosto 1464 - Pio II cessava di vivere e il doge Cristoforo Moro riconduceva le sue dodici galee a Venezia. Così falliva miseramente quella crociata alla quale neppure la presenza del Capo della Chiesa aveva potuto trascinare popoli e principi che la fede oramai più non scaldava e solo l'interesse poteva spingere ad impugnare le armi.
Lo scopo forse Enea Piccolomini lo aveva raggiunto ugualmente; ad Ancona lui fece una "bella morte" (come nei classici di cui si era nutrito in gioventù); mentre all'orizzonte giungevano le navi veneziane, lui di persona era presente, presente con la grande idea. Ed era una sua idea stranamente bella, quindi gloria per i posteri al suo nome. Ed era quello che per Enea Piccolomini, salito poi all'improvviso sul soglio come Papa Pio II, era diventato lo scopo essenziale di tutta la sua esistenza: di lasciare un ricordo come papa illustre.
Lo aveva anche scritto nei suoi "Commentari" (opera biografica che intese ambiziosamente "consegnare ai posteri" come nota il Falconi, da "papa neopagano" quale egli fu, volendo con ciò "realizzare la più perfetta e ricca immagine di sè" perchè "lui stesso e nessun altro era il suo vero idolo, la sua vera divinità), parlando di sè in terza persona: "Enea Silvio Piccolomini sarò lodato e rimpianto quando poi estinto non lo si potrà più riavere. Cesserà l'invidia dopo la sua scomparsa e, dimenticate le passioni che sovvertono il giudizio, risorgerà la fama vera e schietta che collegherà Pio tra i pontefici illustri".
La storia gli ha dato ragione. E non si occupò solo di quella "idea stranamente bella", ma in alcune occasioni alzò la voce per protestare la schiavitù dei neri che gli Stati europei stavano cominciando ad introdurre; la alzò pure per prendere le difese degli Ebrei, fatti segni ad ingiuste persecuzioni per odio di razza; stava varando un ottimo piano di riforma ecclesiastica non completato a causa della sua morte; e pur - come abbiamo scritto all'inizio - l'ex umanista Enea Piccolomini salendo sul soglio deluse artisti e letterati non è che eliminò l'amore per gli studi, solamente gli cambiò indirizzo.
Fondò infatti diverse università, e quando si aprì quella di Basilea (la Basilea del Concilio "conciliabolo") nella bolla di fondazione ecco come Pio II si esprime sulla nobiltà e il progresso della scienza:
" Fra le varie felicità che l'uomo mortale può ottenere per la grazia di Dio in questa fuggevole vita, merita di essere ricordata, non ultima questa, che egli mediante la perseveranza nello studio può conquistare la perla della scienza, che addita il sentiero verso una vita buona e felice, e con la sua eccellenza fa sì che l'uomo colto sia elevato al di sopra degli incolti. Di più essa lo rende simile a Dio e lo conduce a fargli conoscere chiaramente i misteri del mondo. Essa aiuta l'ignorante e fa salire ai più alti gradi quelli che sortirono bassi natali. Perciò anche la Sede Apostolica ha sempre promosso le scienze, procurato ad esse delle sedi e dato aiuto per l'opportuna prosperità, affinchè gli uomini possano tanto più facilmente venir condotti a conseguire una felicità umana così sublime, e dopo averla conseguita a renderne partecipi gli altri. Essere perciò suo desiderio che venga aperta in Basilea una rigogliosa fonte di scienza, alla cui abbondanza possano attingere tutti quelli che desiderano di venire iniziati agli scritti della scienza".

Questo era Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II. Non così - come leggeremo nella prossima biografia - il suo successore che disprezzava e vilipendeva gli studi e chi li diffondeva.
Morto PIO II, i cardinali, che lo avevano seguito ad Ancona, se ne tornarono a Roma e la sera del 28 agosto si chiusero in conclave.

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